Sempre più avvocati abbandonano la toga: professione al collasso?

DiFrancesca De Cristofaro

Sempre più avvocati abbandonano la toga: professione al collasso?

Una lenta ma inarrestabile fuga dalle professioni ordinistiche che non ha risparmiato la categoria degli avvocati. Il calo delle immatricolazioni alla facoltà di Giurisprudenza e l’emorragia di iscrizioni all’Albo degli avvocati sono segni tangibili della resa di molti giovani di fronte alle difficoltà di una professione che negli ultimi anni ha perso buona parte del suo fascino.

Ai tempi dei nostri nonni, conquistare il titolo di avvocato voleva dire ottenere di diritto un passepartout  verso tutta quella serie di privilegi che notoriamente si associano alle professioni d’eccellenza: guadagni da capogiro, prestigio e grande reputazione negli “ambienti che contano”. Prerogative, queste, che un tempo andavano a braccetto con la toga, essendo indissolubilmente legate al mestiere.

Ma oggi a parlare dell’avvocato come di una figura professionale che sprizza benessere e ricchezza da tutti i pori, viene quasi da ridere. E’ chiaro che, come in ogni cosa, non è saggio far di tutta l’erba un fascio. Ci sono avvocati che resistono egregiamente sul mercato, mietendo successi su successi e agguantando brillanti risultati professionali, ma questa – lo sappiamo tutti- non è certo la regola.

Anche perché una descrizione dell’avvocato in questi termini, oltre ad essere totalmente anacronistica, suona quasi come una beffa per tutti quei professionisti del diritto che ogni giorno tirano fuori gli artigli per non arrendersi e rimanere iscritti in quell’albo per il quale hanno lottato tanto, a suon di decennali sacrifici nello studio e periodi di praticantato sottopagati (o non pagati affatto).

Crisi dell’avvocatura, a che cosa è dovuta?

La crisi della classe forense, e più in generale delle professioni intellettuali, è sicuramente l’altra faccia della recessione economica che ha colpito il Paese negli ultimi anni. E’ scontato dire che se girano meno soldi, le prime a contrarsi sono le spese non strettamente indispensabili per una famiglia. E’ pur vero che per i non abbienti esiste il gratuito patrocinio a spese dello Stato, ma questo istituto, per gli avvocati, non rappresenta certo un escamotage per bypassare la desolante penuria di clienti in studio.  Infatti, qualsiasi avvocato abbia sperimentato il gratuito patrocinio ben conosce le défaillances di un sistema che sta portando all’esasperazione chi vi ricorre abitualmente: gli onorari sono bassi e vengono pagati dallo Stato con biasimevole ritardo.

Sotto accusa ci sono inoltre le somme abnormi da versare a titolo di contributi previdenziali alla cassa forense, alla quale devono obbligatoriamente iscriversi tutti gli avvocati che intendono esercitare la professione. Un salasso che pesa particolarmente sugli avvocati appena abilitati, per i quali è già un’impresa “farsi un nome” e riuscirsi a conquistare il proprio giro di clienti in un mercato obiettivamente saturo.

Tutto ciò non può che frustrare le ambizioni di molti giovani neo-laureati, che rinunceranno al sogno di sentirsi chiamare “avvocato” e a tenere arringhe nelle aule dei Tribunali, in quanto percepiranno la professione come un’attività per la quale dovrebbero immolare la quasi totalità del loro tempo, denaro ed energie per guadagnare giusto pochi spiccioli.

Altra nota dolente è il tema dell’accesso alla professione, e anche qui si potrebbero scrivere fiumi di inchiostro. Per acquisire il titolo di avvocato, bisogna infatti svolgere un tirocinio formativo della durata di 18 mesi al termine del quale potrà sostenersi l’agognato esame di abilitazione. Esame strutturato in modo da non garantire sempre una meritocratica selezione dei candidati.

Sembra proprio che l’avvocatura, una delle professioni più antiche al mondo, stia attraversando una parabola discendente. Risalire la china, tuttavia, è sempre possibile. Introdurre una contribuzione previdenziale meno onerosa, garantire pagamenti più equi e rapidi da parte dello Stato nell’ambito del gratuito patrocinio e diminuire i costi di accesso alla giustizia, potrebbe –ad esempio- essere un buon inizio per tentare di riportare la professione agli antichi splendori d’un tempo.

 

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